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Qualche nota


di Paola Pellegrini

PERIFERIA
La parola periferia ha in sé molto spesso una accezione negativa. Il dizionario garzanti dice che periferia significa "zona esterna, marginale"; talvolta la parola periferia allude a "squallore e desolazione".
La questione quindi è l'essere marginale, l'essere altrove, lontano, rispetto ad un centro dove si manifesta la vera identità di una città, dove si sono sedimentate nel tempo le destinazioni d'uso pubbliche e rappresentative della comunità insediata (il municipio, il teatro, le scuole, gli istituti bancari…). Oltre alla marginalità la periferia è quindi connotata dalla "mancanza", cioè dal non avere prestigiose ed essenziali destinazioni d'uso. Non è quindi tanto più la posizione di un luogo rispetto ad un altro a rendere le aree periferiche, ma le destinazioni d'uso che non vi sono localizzate; periferia come luogo di una assenza da colmare, talvolta di aspettative deluse e promesse eluse. La circoscrizione nord legge ed interpreta oggi se stessa come "periferia". Bisogna indagare se questa definizione sia perfettamente calzante. Da un lato tradizionalmente la città ha espresso stereotipi e pregiudizi nei confronti di quanto c'è ai suoi margini, dall'altro lato gli abitanti della periferia hanno spesso percepito se stessi come in svantaggio rispetto al resto della città e talvolta stentando a riconoscere una propria dignità sociale (un esempio potrebbe essere l'iscrizione dei figli in scuole di altre zone, preferibilmente del centro storico). Certamente negli anni '60 e '70 questo era vero, la periferia nord era lo stereotipo, perché principalmente sede di grandi stabilimenti industriali con il loro corredo di quartieri residenziali per operai.
Talvolta è la consuetudine che porta a ripetere certi giudizi. Si potrebbe cercare di andare a fondo sulla definizione di casa sia oggi "periferico". Cosa fa di una parte della città un'area periferica oggi? In cosa si concretizza la marginalità? Forse il concetto di periferia non ci aiuta più a capire l'essenza di un luogo, non è più una categoria interpretativa sufficiente.
La città contemporanea, infatti, ha perso una forma, ha perso i tradizionali sistemi di riferimento, i concetti di dentro e fuori, centro e periferia, vicino e lontano, spazio servito e spazio servente; forse queste non sono più figure utili ad esaurire le caratteristiche della città.
Nel caso del territorio della circoscrizione nord di Mantova la prima osservazione in merito riguarda il fatto che siamo di fronte a "periferia interna", periferia interiore: territori vicini o vicinissimi al centro, molto accessibili, subito di là dai laghi e quindi allo stesso tempo vicino e lontano.
La seconda questione è la effettiva qualità dello spazio urbano delle periferie. Generalmente, soprattutto nel caso delle piccole e medie città come Mantova, la periferia non si compone di parti con enormi quartieri, come possiamo trovare nelle grandi città come la banlieue parigina, che è oggi uno dei luoghi di cristallizzazione della miseria sociale, della disoccupazione, che sfocia spesso della violenza. Molte periferie sono al contrario benestanti e tranquille, sono periferie che hanno cercato e cercano di conservare il loro essere periferico e marginale, cioè staccato dal centro e dai suoi svantaggi di congestione, rumore, alloggi costosi, mancanza di giardini… Bisognerebbe studiare con attenzione le prestazioni che gli spazi periferici offrono: l'abbondanza dello spazio aperto di uso pubblico, la dotazione di infrastruttura stradali, la distanza fra gli edifici che permette una generosa illuminazione e ventilazione agli alloggi, la facilità di parcheggio, la possibilità di avere privacy, la vicinanza con la campagna…
Il contratto di quartiere che interessa Lunetta mette in luce non solo le debolezze del quartiere sulle quali bisogna intervenire, ma individua anche numerosi punti di forza. Ad esempio bisogna ricordare come il centro era il luogo più facilmente raggiungibile, ora non lo è più. Era il punto più vicino a tutti gli altri punti del territorio abitato, quello dove passava la strada maestra che inanellava come in una collana i centri principali. Oggi noi siamo abituati a pensare che il centro sia un posto che si raggiunge difficilmente perché lo intasiamo con le nostre macchine, che sia impossibile trovare parcheggio. La terza questione è la moltiplicazione dei centri e dei poli di attrazione - dagli anni '80 si sono formate quelle che negli stati uniti chiamano edge cities, cioè agglomerazioni di margine, centri autonomi e diversi da quello antico dove si possono trovare gli hotel di lusso, sedi di multinazionali, imprese del terziario avanzato, shopping mall di lusso… Sono nuove agglomerazioni che hanno tutti i servizi delle città, ma non la forma convenzionale.
Ci sono destinazioni d'uso che hanno scelto di stare fuori dal centro antico per motivi di opportunità: il centro commerciale, i quartieri di ville e villette, la sede aziendale … Altre destinazioni d'uso non possono fare altro che essere periferici perché non hanno spazio nel centro antico come le attrezzature sportive, i grandi parchi… Altre destinazioni d'uso non possono fare altro che essere periferici per incompatibilità con il resto del territorio abitato come la produzione industriale.
Dal punto di vista dell'attività commerciale, ad esempio, certamente i nuovi centri commerciali hanno ribaltato il punto di vista: è il centro città con i suoi piccoli negozi ad essere periferico rispetto al "nuovo centro", cioè ai grandi centri commerciali che sorgono nei dintorni delle città e che attirano migliaia di clienti. Allo stesso modo in molte città, anche italiane, anche i servizi alle imprese o ai cittadini si sono de-centrate: in periferia - cioè non in centro - i suoli costano meno, è possibile avere una maggiore visibilità se per esempio l'edificio si colloca lungo una strada ad alta percorrenza, talvolta una impresa decentrata è più vicina agli alloggi dei suoi impiegati… Italo Calvino direbbe che la città è diventata uno slabbrato circondario e in questo senso non c'è più una necessaria direzionalità tanto dello sguardo che dei percorsi individuali: il fulcro di ogni azione urbana non è più il centro antico, ma una nuova geografia di centri. Ormai la possibilità di mobilità è molto ampia e ogni utente non ha un solo riferimento, ma molte possibilità di scelta; il centro antico compete con la periferia per attirare l'utente e spesso perde la battaglia.
Da questo punto di vista il concetto di periferia è del tutto inadeguato. Potremmo cambiare almeno in parte la prospettiva e dire che periferia è "quello che sta attorno", non necessariamente un luogo carico di significati negativi. Potremmo dire che la periferia di oggi debba diventare città, cioè potremmo pensare che sia una formazione giovane, molto più giovane rispetto alla città antica e consolidata e come questa ultima abbia bisogno di crescere e consolidarsi, formare i propri monumenti e luoghi simbolici o rappresentativi; l'adagio dice "Roma non è stata costruita in un giorno" e così certo si può dire per la Mantova dei Gonzaga. Il contratto di quartiere in corso non dice altro che questa visione ottimistica del futuro. capire cosa sia oggi la periferia, cosa caratterizzi il fatto di essere "periferico" è un passo importante per mettere a fuoco gli interventi da intraprendere.

QUARTIERI
Un quartiere è zona circoscritta di una città, che si individua rispetto al restante agglomerato urbano per le particolari caratteristiche storiche, topografiche o urbanistiche, per le caratteristiche omogenee.
Nella città contemporanea più che di quartieri - quindi di unità compiute ed individuabili - spesso si può parlare di frammenti, di aree cioè che sono o il residuo di una unità che con il tempo è andata perduta (ad esempio un borgo agricolo smembrato o parzialmente distrutto, i campi interclusi fra spazi edificati) o più frequentemente un pezzo incompiuto di un progetto più grande (ad esempio un'area di espansione interrotta, un quartiere residenziale dove non sono stati completati le attrezzature pubbliche). Questo è vero soprattutto nella periferia. Soprattutto se si guarda al modo in cui la periferia generalmente si è formata.
Nel corso dell'800 si è cominciato a definire politiche urbanistiche di integrazione o di esclusione: cosa dovesse stare vicino a cosa e quali dovessero essere i regolamenti edilizi. La città ha cominciato ad espellere o allontanare funzioni che potevano essere poco salutari per i suoi abitanti: il cimitero, il macello, il manicomio, il carcere, le fabbriche, il gasometro, i mercati generali, il quartiere di edilizia residenziale pubblica Mi pare che la circoscrizione nord sia un campionario di queste destinazioni d'uso. Si potrebbe dire che l'intera circoscrizione nord è un frammento, un pezzo di città non finito fatto a sua volta di frammenti. I piani urbanistici del 900 hanno generalmente perseverato nel definire politiche di zonizzazione, cioè di divisione della città in parti omogenee per destinazione d'uso ed opportunamente distanziate una dall'altra. Anche per questo - oltre che per il desiderio di una vita suburbana - la città si è dispersa, si è dilatata e frammentata.
Questi frammenti monofunzionali sono espressione di razionalità e linguaggi architettonici diversi: la palazzina residenziale ha il suo linguaggio e tipo architettonico, la fabbrica il suo, il centro commerciale il suo… ogni intervento, inoltre, è stato espressione di idee individuali e spesso incoerenti con l'operato dei vicini. Nessuno di questi frammenti, infine, è riuscito a diventare elemento morfogenetico, cioè generatore di una regola che potesse informare di sé il contesto. Per questo e per il fatto che le diverse parti sono state spesso semplicemente giustapposte, senza che gli spazi "fra" fossero opportunamente progettati, la periferia sembra così dis-armonica, dis-omogenea, mentre il centro antico è continuo ed espressione di tecniche e razionalità coerenti e uniche Potremmo quindi concentrare l'attenzione verso la difficoltà di collegare ogni elemento del territorio ad ogni altro selezionando relazioni semplici, potremmo fare lo sforzo di individuare questi spazi fra.

UMANITA'
L'umanità che popola la città è sempre stata molto varia. La città è stata luogo di integrazione tra gruppi etnici, gruppi religiosi, gruppi sociali, ma allo stesso tempo anche luogo di distinzione principalmente fra ricchi e poveri. Un luogo è periferico anche per il fatto di essere povero, in questo caso non è marginale ma emarginato. La differenza comporta la distinzione, la separazione. La azione urbanistica non riesce a risolvere problemi di integrazione sociale, deve essere la politica che sceglie di integrare o separare. La politica urbanistica però può essere tecnicamente pertinente, cioè definire le giuste distanze, i giusti rapporti fra le cose, le compatibilità, il comfort, le prestazioni che la spazio urbano ben progettato deve garantire, in una parola cosa costituisca il benessere.
Spesso si dice che una città dovrebbe essere "a misura d'uomo", senza specificare che cosa questo voglia dire, senza dire quale correttezza di spazi e proporzioni determina l'armonia di una città. Si può partire dal livello minimo. Bernardo Secchi in proposito scrive:
"Partirei da questo livello della quotidianità delle nostre pratiche dentro la città, col nostro corpo. L'umido, il secco, l'ombra, il sole, il freddo, il caldo, il posto dove si scivola, il posto dove si fa fatica per salire su un gradino, eccetera. Se si parte da questo livello minimo, credo che ci sia molto da fare nelle nostre città, soprattutto nelle nostre città italiane, devo dire. […]
Seconda cosa che direi è che la città deve offrire delle prestazioni che devono svolgersi in modo corretto e semplice. Io devo poter vivere in un'abitazione che prenda il sole, che sia areata, quindi che sia a una certa distanza, che abbia davanti dello spazio libero. Devo poter andare in un parco, in un giardino, in modo facile, senza dover fare un viaggio, quindi deve essere vicino, quindi ci devono essere queste cose. Devo poter camminare in una strada, su un marciapiede che sia sufficientemente largo, perché se incontro un altro non mi debba mettere da parte, possa camminare di fianco alla persona con cui sto parlando. […]
Architetti ed urbanisti hanno cercato per tutto il ventesimo secolo - e la cosa è cominciata anche prima - di mostrare le dimensioni concrete, fisiche, materiali del benessere, non di usare questa parola come una parola astratta, ma di palesare chiaramente gli aspetti che compongono, se così si può dire, il benessere".
Per costruire il benessere la politica urbanistica può occuparsi della costruzione dello spazio pubblico. Il tema dello spazio pubblico come luogo nel quale le pratiche quotidiane di differenti gruppi sociali, di differenti attori, potessero svolgersi e incontrarsi è diventato il tema chiave di una politica di integrazione sociale per tutto il 900. Possiamo tuttavia notare che alla fine del secolo XX sono emersi anche i limiti dello sforzo fatto in questo periodo e si è capito che forse l'idea di una politica di integrazione sociale, fondata quasi esclusivamente su una politica degli spazi pubblici, era insufficiente.
Possiamo quindi chiederci che tipo di spazio pubblico oggi sia opportuno e se ce ne sia ancora bisogno in una città che sembra diventare sempre più divisa, separata, conflittuale. La necessità è probabilmente quella di far sì che non ci sia una sola parte della società che se ne appropria, continuando ed esacerbando il processo di distinzione e separazione ed esclusione.
 
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